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“Franco Mezzena, già interprete di tutti i concerti per violino di Viotti, ha mosso l’attenzione sui lavori di Beethoven meno violinisticamente concepiti (sebbene le note del booklet di Alberto Cantù raccontano
che Beethoven ricevette lezioni di violino da Viotti prima di impegnarsi nelle prime tre sonate).
Il moderno violino di Mezzena, costruito da Roberto Regazzi nel 1998, gli offre, oltre ad un’atmosfera tonale caldamente avvolgente, tutta la trasparenza richiesta dal vasto dettaglio dinamico da lui elaborato.
Gli ingegneri del suono hanno raccolto da vicino entrambi gli strumenti –talmente da vicino, in realtà, da includere un pizzico di rumore estraneo (respiri?) - ma questa intimità poco toglie all’effetto generale. Giavazzi si rivela un partner forte ma sensibile, con un orecchio per le sfumature pari a quello di Mezzena. Entrambi i partner si sono dati da fare nella Prima Sonata per sfruttare l’ampio dettaglio beethoveniano del primo movimento come strumento per la rivelazione dell’argomento musicale – e da questo dipende gran parte di questa prima sonata. Ma la performance non appare né studiata né artificiale. Le enfasi che variano organicamente (in entrambe le parti) nel ripetersi dell’esposizione (la loro scelta nella ricapitolazione segue la ripetizione più da vicino, rispetto all’affermazione originale) danno respiro alla musica. Il tono di Mezzena fiorisce durante il movimento lento, pur conservando riserve di acuta forza nei registri medi.
Egli tende ad utilizzare di continuo pause microscopiche all’interno di coppie di note ripetute che si spostano dalle battute deboli a quelle forti, enfatizzando il loro essere separate più che connesse, ed assegnando alla musica un’impressione di maggiore articolazione.
Durante il Rondò, gli sforzando di Mezzena sul tema principale appaiono poco più forti di quelli di Giavazzi, ma dal momento
che la frase del violino segue quella del pianoforte, l’effetto risultante
è quello di una crescente intensità. Il duo ottiene un vero riposo negli episodi.
Mezzena e Giavazzi conferiscono un’energia più oscura alla
Quarta Sonata, con Mezzena che contrasta con efficacia i materiali tematici granitici e sinuosi nello sviluppo del primo movimento (così come nell’esposizione).
Entrambi i partner condiscono di calda genialità le sezioni contrappuntistiche del secondo movimento.
Il duo differenzia e coordina le personalità che rivaleggiano nel primo movimento della Settima Sonata – l’apertura con la sua tensione a malapena controllata, il pomposo tema e la serena melodia che segue. Il loro dialogo in sedicesimi durante lo sviluppo suona perfettamente fluido.
Per la prima volta nelle sonate, durante l’apertura del secondo movimento l’acuto dei registri medi del violino (in particolare sulla corda di La) sembra teso, ma l’impressione viene prontamente dismessa. Dopo l’impertinenza del secondo movimento e la lettura gnomica dell’apertura dell’ultimo movimento, Mezzena prende il tema sfacciato con rilassata amabilità, piuttosto che con presuntuosa arroganza.
Offrendo un dettaglio premuroso, come fece Szigeti, ma senza sforzare come sembrò fare Ann-Sophie Mutter nel proprio set DVD (26:3), le performance di Mezzena bilanciano una rifilatissima precisione con riserve sufficienti di intensità (pur non raggiungendo l’infiammabilità di Francescatti) che impediscono alle performance
di sembrare pretenziose.
Questa versione molto interessante delle tre sonate di Beethoven,
a quanto pare primo volume di una serie in cantiere, meritano una forte raccomandazione.”
(Robert Maxham - Fanfare Magazine)
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